Duemilaeventi, venti giugno

Duemilaeventi, venti giugno

Termini,

termini che fatico a comprendere.
Termini che certamente dovrò imparare a conoscere, nella mia indole non mi fermo.

Pancreas.
Già il nome suona di per sé cicciottello e grasso, ma anche stridulo.
Pancreas, straniero in terra corporea.
Sfido chiunque, ovviamente non medico, che conosca bene il ruolo di questo ghiandolone a traghettare le vie biliari.

Imparerò a conoscerti e a convivere con te, a scoprire come sarò capace di gestire la mia persona e le mie emozioni, la mia dolce metà e la mia famiglia. Tutti consapevoli di quello che accade, tutti a conoscenza di quello che capiterà.

Scrivere aiuta, sempre. A esternare il groviglio che si forma dentro e che in alcuni momenti sembra soffocarti, lasciandoti senza energie, dai capelli alla punta dei piedi. Pensieri che vanno a razzo, a random assalgono nell’incapacità di comprendere.

E quello che mi perplime è che non ho ancora finito. Non ho finito di vivere la mia vita. Non ho finito di vivere le mie figlie, ho appena cominciato. Non ho esaurito la voglia di crescere e imparare, nuovi progetti, nuovi lavori, nuovi studi. Non ho finito di vivere la mia casa, ancora non ho cominciato.
Ho un sacco di cosa da fare e non ho finito.

Ma poi passa, più scatta la razionalità, più mi rendo conto che non sono immortale, e d’altro canto non è nemmeno così prossimo il mio momento, forse.
Vorrei farmi prendere da energia positiva, nonostante le nausee e i fastidi.
Intanto, aspettiamo l’evolversi delle circostanze e vediamo cosa promettono. I segnali non sono buonissimi, la situazione è seria e va affrontata con grinta.

Vieni cazzo di cancro, a combatterti sono pronta.

parole in libertà

Solo il meglio del meglio di  noi

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anche tu

nella vita delle streghe

Ai tempi del Coronavirus

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D’un tratto,

d’improvviso e senza preavviso, ti sale un mostro dallo stomaco, quasi a immobilizzarti e a toglierti il respiro.
Non è tristezza, non è paura, è incapacità di contenere l’emozione che esplode, fatta di gesti quotidiani, di orari falsati, di pranzi e digiuni, di pensieri ed elucubrazioni, di dialoghi costruttivi e di monologhi auto distruttivi.
Quel continuo combattimento tra voglia di fare, di pensare e vedere positivo, di rendersi utile e l’incapacità di trasferirla in gesti concreti, gesti che motivino te e chi ti sta vicino, ma anche più distante.
Parafrasando Gabbani, se dovessi spiegare in pochissime parole il complesso meccanismo che governa l’armonia del mio essere, direi che ora il mio ruolo è quello di aspettare, senza starci troppo a ragionare.
E il mostro se ne va.
Pazienza, diciamocelo ogni mattina quando ci si inumidiscono occhi e guance.
Ci vuole pazienza e fiducia. Andrà, e sarà solo un ricordo.
#iorestoacasa

parole in libertà

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Tartarugando

Tartarugando

Si sa, le emozioni vengono da dentro.
Ma solo qualche volta salgono lentamente dalle anse dell’intestino. Risalgono come i salmoni, controcorrente.
Non con impeto, non sono l’emozione del primo bacio che ti aggroviglia le budella, che ti accalora con vampate  ipertermiche ben note in menopausa.
No, no, è diverso, è un teporino che sale ‘tartarugando’, che non ti infiamma ma ti scalda, al punto di darti fiducia,  di farti sentire un po’ meno piccola, un po’ meno ridicola, un po’ meno incapace, un po’ più voluta, un po’ più valorizzata, un po’ più compresa.
Anche se lontana da traguardi insperati che mai avrai perché non è nella tua indole, né nel  tuo dna,  forse così mediocre non sei e qualcuno  lo crede più di quanto  faccia tu stessa.

Devi ringraziare Mario questo giorno, che non hai cercato, ma che lui ha cercato te. Per farti sentire, oggi e in più occasioni, cosa sei e come sei.

Ma dove sei?

Ma dove sei?

In principio è ovvio, ti sei nascosto per non farti travolgere dal mocio piovra.
In un momento di disorientamento ti ho visto prendere la strada del corridoio, alla volta dello stanzino, tutto raffreddato.
Ti ho incrociato sotto il tavolo e sei certamente passato attraverso le fauci di #gattocozza, da come ti ha spolpato o meglio spolverato.
Ma da lì ho perso le tue tracce.

Allora dove sei? La tua scomparsa non è certamente dovuta a un eccessivo attacco di casalinga isterica con Dyson per due buoni motivi. Uno, nulla cambia tutto si rigenera, ergo disordinata ero e disordinata rimango.
Due, ragione ancora più valida, il Dyson non ce l'ho.
Quindi? Dove ti sei nascosto?
Va beh, non importa.
Ma d'improvviso eccoti lì.
Ho messo gli occhiali.
Lì tutto impaurito!
Non guardarmi così, tranquillo, non ti "straccizzo".

Perbacco quanto mi sei mancato Bagolo!

da La Saga del Bagolo

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Neurone a San Lorenzo

Neurone a San Lorenzo

stelle cadenti san lorenzo

Cadere a terra, non elegantemente come le stelle a San Lorenzo.
No, spiattellarsi a terra. E già di per sè è un fastidio. Qualsiasi cosa cade arreca fastidio più o meno intenso.
In cucina la fettina con la marmellata matematicamente con la faccia rivolta verso il basso, in strada il cellulare, dall'alto scientificamente dalla parte dello schermo, magari dentro una pozza d'acqua durante un improvviso tsunami.
Innumerevoli esempi potremmo fare. Anche decisamente più fastidiosi.
Poi cadono le foglie e i fogli e cadono anche le cose più semplici: le classificherei come quelle che servono meno.
A casa mia di quelle ne cadono tante .. o meglio cadono e nessuno le considera, quindi diventano tante a occhio nudo.
Il calzino pulito in corridoio caduto durante la frettolosa sistemazione del bucato, la forcina o l'elastico dell'apparecchio in bagno in un punto in cui tutti passano e nessuno la raccoglie.
Credo che il neurone di ciascuno di noi venga folgorato necessariamente da un "non è mio" o da un " lo vedo e me ne frego" ma anche da un "lo raccoglie qualcun altro". Intanto il calzino giace imperterrito da due giorni e non posso credere che vi sia anche solo un neurone che dica "non lo ho visto".
E lo raccolgo, nella notte di San Lorenzo..